Il Santo e il Tarantasio

Nel lago Gerundo abitava il drago Taranto, per gli amici Tarantasio. Poi non so quanti amici abbia avuto, perchè come tanti draghi Tarantasio difettava di igiene corporea, per usare un eufemismo. Le esalazioni velenose del suo corpo appestavano le acque, e anche il suo fiato non scherzava: bastava un’alitata per rendere l’aria irrespirabile.

La gente del luogo, insomma, non lo vedeva di buon occhio. E’ per questo che, quando San Cristoforo passò da quelle parti, il popolo lo pregò di combattere contro il drago.

18 Tarantasio

Quando arrivano i santi, per i draghi è finita. La battaglia andò a favore di San Cristoforo, e da allora il drago non avvelenò più quelle terre. Nella chiesa di Pizzighettone si conserva ancora una costola del drago, in memoria di quell’epico combattimento.

Recentemente però i naturalisti si sono accorti che quella costola non è di drago, ma di balena. Che il santo abbia ingannato la gente? Eppure è un uomo di Dio. Se ha mentito, deve aver avuto un buon motivo.

Forse San Cristoforo ebbe pena del suo avversario, e fece solo finta di ucciderlo. In tal caso il santo avrebbe riportato un finto trofeo, con il solo scopo di placare l’ira della gente. In maniera simile il cacciatore della fiaba doveva uccidere Biancaneve e riportare alla regina il suo cuore come prova, ma impietosito dalla fanciulla portò invece il cuore di un cinghiale per ingannare la malvagia donna. “Si vabbè, ma povero cinghiale”, direte. E anche povera balena, se è per questo. Ma perlomeno Tarantasio forse si è salvato. Chissà, magari San Cristoforo si è limitato a dargli una bella insaponata, per tirar via la puzza.

Ormai da secoli il lago Gerundo non esiste più. Si dice che sia stato lo stesso San Cristoforo a prosciugarlo. Avrà avuto le sue buone ragioni: forse le sue acque erano nocive, e magari erano loro a impuzzolentire il Tarantasio, e non viceversa.

Negli ultimi cinquant’anni è stato ripetutamente avvistato uno strano mostro nel lago di Como. La gente del luogo lo ha chiamato Lariosauro. E se invece fosse il vecchio Tarantasio? Non ci sarebbe niente di strano se il santo gigante avesse preso in spalla il drago, per poi liberarlo in acque più pulite.

La sfida che ci siamo proposti è difficile ma appassionante: riuscire a raccontare le storie del folklore da una nuova prospettiva, senza per questo snaturarle.
Originariamente lo scontro fra il santo e il drago terminava inevitabilmente con la distruzione di quest’ultimo. Il loro conflitto è il simbolo di una guerra cosmica: bene contro male, civilizzazione contro natura, mente contro corpo, autocontrollo contro impulsività. Un racconto affascinante, eppure un po’ ingenuo. L’esperienza ci insegna che i confini fra i due avversari non sono così netti. Fra il polo nero e quello bianco c’è una lunga sfumatura di grigi. L’assoluto appartiene a epoche passate: ora sappiamo che persino i paladini del bene, quando si fanno intransigenti, diventano un aspetto di quel male che intendevano combattere.

Il santo affronta il drago. Lo vince, ma non lo uccide. La pace non è l’annientamento del nemico, ma il raggiungimento di un accordo, di un equilibrio, anche a costo di qualche compromesso. Per esprimerci simbolicamente, potremmo dire che è giusto che il pastore protegga le sue pecore dai lupi, ma non per questo è lecito portare questa bestia sull’orlo dell’estinzione.

Il disegno riecheggia questa concezione. Il drago ha un corpo sinuoso, pare quasi l’incarnazione del lago in cui abita. La bestia è in parte sott’acqua, e in parte fuori, e in questo modo fa da tramite fra il mondo inferiore e quello superiore: inconscio e coscienza, abisso e mondo diurno.
Il santo sta in piedi sul drago: lo sormonta, ma non lo soffoca. In questa figura si sommano due dei passi più simbolici del Vangelo. “Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico“; e poi “Egli venne verso di loro camminando sul mare“. In senso simbolico esprimono la stessa capacità di rapportarsi all’abisso senza venir risucchiati in esso.

Cristoforo, d’altronde, è un santo strettamente legato alle acque. Il leggendario racconto della sua vita lo dipinge come un traghettatore: il gigantesco santo serviva Dio traghettando i pellegrini sulle sue possenti spalle, portandoli oltre la corrente di un pericoloso fiume. Un giorno Cristoforo ebbe persino l’onore di portare sulle spalle il bambin Gesù!
Negli affreschi dei secoli passati capita di vedere strani animali fra le gambe del santo: la fauna meravigliosa mostra che gli artisti avevano capito cosa significasse l’acqua in cui il santo si calava.

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Il santo è abituato a traghettare la gente facendola salire su di sè, ma ora è lui che viene portato sulle spalle dal mostro.
Cristoforo non uccide il drago, non soffoca la vita. Il drago è la voce dell’abisso, e il santo non intende toglierla. Nella nostra storia, Cristoforo non trionfa sul male, ma lo cura: scioglie l’intossicazione che infiammava di collera la profondità, e così riaccende un canale di dialogo fra il mondo di sotto e quello di sopra. E’ per questo che nel disegno le acque appaiono così vive, popolate di pesci e ravvivate da bolle d’ossigeno. Una vitalità che apporterà i suoi benefici anche agli uomini, perchè “ciò che è in basso è come ciò che è in alto“…

tarantasio

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